sabato, 19 gennaio 2019
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Stile attributivo: fortuna, capacità o impegno?

Stile attributivo: fortuna, capacità o impegno?

Stile cognitivo e stile attributivo sebbene abbiano la parola “stile” in comune, si riferiscono a due concetti diversi. Del primo ne ho già parlato nell’articolo “Stile cognitivo: ecco perché alcuni sono bravi a scuola e altri no“; del secondo ne parlo invece in questo articolo. Si tratta di un argomento molto importante perché ha il potere di influenzare pesantemente il percorso scolastico (e non) di un bambino. Appellarsi alla fortuna, alla capacità o all’impegno avrà lo stesso effetto? Vediamo allora cos’è lo stile attributivo e quante attribuzioni sono state individuate.

Stile attributivo: cos’è

Tutti i bambini prima o poi sperimentano successi e insuccessi, ma non tutti si danno le stesse spiegazioni in merito al perché sono riusciti a fare bene una determinata cosa oppure al perché hanno fallito. Lo stile attributivo, quindi, si riferisce proprio a questo, alla spiegazione che una persona si dà dei successi e insuccessi propri e altrui.

Si tratta di uno schema mentale che, come nel caso dello stile cognitivo, è piuttosto stabile; ciò significa che i bambini tendono ad utilizzare più o meno le stesse attribuzioni per spiegarsi il perché gli eventi accadono in un modo o nell’altro.

Un’altra cosa importante da non dimenticare è che il tipo di attribuzione che un bambino utilizza per spiegarsi quello che gli è successo, influenza le sue reazioni a quell’evento e le sue aspettative nei confronti degli eventi futuri. Capite bene che se un bambino è solito attribuire i suoi successi o insuccessi all’impegno, tenderà a perseverare e a non scoraggiarsi sviluppando fiducia ed emozioni positive; se invece tende ad attribuire le sue difficoltà a scuola ad una mancanza di capacità o intelligenza, tenderà ad affrontare i compiti con poca fiducia, sarà più incline a scoraggiarsi e a mollare perché non vedrà possibilità di cambiare le cose.

Vediamo allora meglio, quanti tipi di stili attributivi ci sono.

Stile attributivo: uno solo o molti?

Nel corso del ‘900 vari autori hanno studiato il concetto di stile attributivo ma vi cito solo Weiner perché è riuscito a creare uno schema che sintetizza i tipi di attribuzioni alle quali si può fare ricorso per spiegare un evento, individuando in particolare 3 dimensioni: il luogo in cui risiede la spiegazione (locus of control) cioè se è interna o esterna all’individuo, la stabilità della causa e la controllabilità dell’evento. Vediamoli insieme.

Tenacia: attribuzione interna, stabile e controllabile

La tenacia è l’attribuzione ideale. Quando un bambino ritiene di essere riuscito in un’attività perché è stato tenace ha molte probabilità di avere successo in tante altre situazioni perché la tenacia si trova dentro di lui, è una qualità stabile perché si riferisce ad un atteggiamento nei confronti della vita e la può controllare perché può decidere di essere tenace o meno. Di fronte ad un insuccesso comunque l’atteggiamento non cambia e quindi è probabile che un bambino sperimenti emozioni più positive come la fiducia e la speranza di riuscirci la prossima volta.

Abilità: attribuzione interna, stabile e incontrollabile

Anche l’attribuzione di abilità è da preferire a tante altre perché è interna ma presenta delle qualità più rischiose. Il fatto di essere un’attribuzione stabile perché si è abili o non lo si è, spesso i bambini dicono intelligenti o stupidi, potrebbe favorire chi pensa di esserlo ma mettere in difficoltà chi invece pensa di non esserlo. Il basso livello di autoefficacia che ne deriva induce il bambino a scoraggiarsi e a non impegnarsi abbastanza poiché lo ritiene inutile oppure a vivere sentimenti di vergogna che lo portano ad evitare successive sfide; ciò naturalmente lo porta a fallire più volte e ad avere prestazioni peggiori, come se fosse una “profezia che si autoavvera“.

Impegno: attribuzione interna, instabile e controllabile

L’impegno, sebbene più instabile ha il pregio di essere controllabile perché di fronte ad un compito il bambino può cercarlo dentro di Sé e quindi decidere se impegnarsi o meno.  Se un ragazzo attribuisce il proprio insuccesso al mancato impegno personale è possibile che si senta in colpa ma è più difficile che si scoraggi perché la convinzione di poter padroneggiare la situazione lo porta a perseverare nonostante l’insuccesso. Nel caso di successo invece si apre le porte a emozioni quali soddisfazione e orgoglio.

Tono dell’umore: attribuzione interna, instabile e incontrollabile

I bambini che dicono di essere riusciti bene in un compito perché “erano dell’umore giusto” o di essere andati male perché “erano arrabbiati o nervosi”, rischiano molto nel futuro perché l’umore è molto instabile e difficile da controllare; rischiano, quindi, di non riuscire a porsi di fronte a nuove sfide con fiducia e sicurezza.

Pregiudizio: attribuzione esterna, stabile e controllabile

Quando la spiegazione di un evento non risiede dentro l’individuo ma fuori, il bambino corre i rischi maggiori perché si preclude molte possibilità di intervento sulla situazione. Nel caso del pregiudizio, un bambino potrebbe reputare un proprio insuccesso al fatto che l’insegnante ce l’abbia con lui dato il suo poco interesse per la materia. Si tratta, quindi, di una spiegazione esterna che tende a durare nel tempo a meno che il bambino non decida di fare qualcosa per cambiare la situazione. Al contrario se pensa di avere successo in una materia perché “piace al professore” rischia di non attivarsi a sufficienza nello studio e andare quindi incontro a dei fallimenti che lo potrebbero deludere molto.

Difficoltà: attribuzione esterna, stabile e incontrollabile

Nel caso della spiegazione di un insuccesso per la difficoltà di un compito, il rischio di sviluppare un atteggiamento passivo e rinunciatario è ancora maggiore perché la situazione è molto meno controllabile rispetto a quella di prima. Mentre nel caso del pregiudizio, per esempio il bambino potrebbe decidere di dimostrare maggiore interesse per la materia e quindi migliorare la visione dell’insegnante nei suoi confronti, la difficoltà di un compito non può essere modificata se non attivando l’impegno, possibilità che però non viene contemplata da chi usa spiegazioni esterne.

Aiuto: attribuzione esterna, instabile e controllabile

Quando un bambino pensa di essere riuscito in qualcosa perché è stato aiutato significa che dentro di Sé è convinto di non essere in grado di affrontare da solo quel determinato compito e, quindi, ha bisogno degli altri. Ne può nascere un sentimento di gratitudine ma se nei successivi compiti manterrà lo stesso atteggiamento diminuiranno le probabilità di successo anziché aumentare. Ne potrebbe poi anche derivare un sentimento di rabbia nei confronti di chi non lo ha più aiutato.

Fortuna: attribuzione esterna, instabile e incontrollabile

E per finire esiste la fortuna che è la spiegazione peggiore perché mette l’individuo di fronte all’impossibilità di poter fare qualsiasi cosa per modificare la situazione, dando il via a emozioni quali la rassegnazione e la sfiducia nel futuro, fino addirittura a sentimenti di vera e propria impotenza.

Come avete visto, le spiegazioni di successi e insuccessi possono essere molte e diversi sono gli effetti comportamentali ed emotivi. Per un insegnante diventa molto importante riconoscerli nei propri alunni per aiutarli a passare da attribuzioni esterne a quelle più interne e da quelle incontrollabili a quelle più controllabili.

Dott.ssa Serena Costa, psicologa dell’infanzia (serenacosta.it@gmail.com)

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About serena

Psicologa dell'infanzia, esperta nelle problematiche del sonno e dell'apprendimento.

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