giovedì, 29 giugno 2017
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Una bambina che a scuola non parla

Una bambina che a scuola non parla

bambinaDopo questo periodo di “pausa estiva”, riprendo l’aggiornamento del mio blog con il racconto di un altro episodio tratto dalla mia esperienza di maestra supplente alla scuola materna: il caso di una bambina, chiamata per l’occasione Rita, che a scuola non parla mentre, secondo quanto riportato dalla mamma, a casa racconta ciò che succede a scuola.

Un caso piuttosto difficile per un’insegnante della scuola materna, solitamente abituata a lavorare con bambini che in questo periodo evolutivo sono caratterizzati da un’esplosione del linguaggio. Difficile anche perché grande parte delle attività si basano sullo sviluppo e sulla valutazione dei progressi in questo campo.

Una bambina che a scuola non parla.

Rita è una bambina dolcissima, di 3 anni, che durante il tempo trascorso a scuola non parla con nessuno, né con i compagni, né con l’insegnante. Passa la giornata in silenzio giocando prevalentemente da sola, non fa richieste e, se interpellata, non risponde, nonostante dimostri di comprendere e nonostante la mamma riporti che a casa Rita parla e racconta ciò che succede a scuola.

Due sono gli episodi sui quali mi voglio concentrare.

Rita, quando tutti i bambini sono in cerchio per fare l’appello o per rispondere alle domandine della maestra, rimane in silenzio, non dice il suo nome, non risponde alle domande e, spesso, non partecipa alle attività di gruppo.

Rita non viene coinvolta nei giochi degli altri bambini perché anche loro sono in difficoltà a comprendere e gestire il suo silenzio. Di fronte al comportamento prepotente di alcuni bambini,  lei non reagisce e rimane quasi bloccata.

Voi cosa avreste fatto? Avreste lasciato Rita nella sua solitudine oppure avreste insistito nel pretendere una sua produzione verbale? O che altro?

Cosa ho fatto in qualità di maestra

Come prima cosa ho cercato di creare attorno a lei un ambiente accogliente e non giudicante. Indipendentemente dalle ragioni alla base di tale mutismo, l’importante per me era comunicarle il fatto che era possibile stare a scuola serenamente anche senza parlare.

Ho cercato, quindi, di tenere attiva la comunicazione tra me e lei, intensificando gli sguardi e i sorrisi, chiamandola spesso, osservando ciò che succedeva intorno a lei, intervenendo per far valere i suoi diritti quando violati e spronandola a farli rispettare lei stessa; ho cercato di incoraggiarla a partecipare senza insistere troppo e l’ho gratificata ad ogni suo comportamento pro-sociale, attivo e sicuro.

Nel momento del gioco libero non l’ho lasciata “vagare” da sola o giocare in solitudine. Ho invitato tutti i bambini a coinvolgerla nei giochi e le ho anche proposto di giocare con me, costruendo io la trama del gioco ma lasciando a lei la possibilità di partecipare e creare delle variazioni. Lei rispondeva molto volentieri ai miei stimoli e il gioco, spesso, diventava talmente divertente che attirava l’attenzione degli altri bambini i quali chiedevano poi di partecipare. A quel punto proponevo loro un ruolo e li invitavo a continuare insieme.

Nei momenti di raccolta in cerchio per le attività di gruppo ho rimarcato spesso che, anche se  Rita non parla, è possibile giocare con lei: basta non preoccuparsi se lei non risponde e cercare di coinvolgerla in altri modi. Rita è una bambina come tutte le altre ed è felice di giocare con tutti.

Di fronte ai suoi silenzi prolungati e alla sua difficoltà nell’emergere di fronte al gruppo non ho comunicato il mio disagio e ho comunque lasciato del tempo a sua disposizione pretendendolo anche dagli altri, tempo rilassato e non ansiogeno, tempo che accoglie e non che pretende una risposta. Può capitare, infatti, che l’insegnante faccia fatica a sostenere momenti di silenzio e tenda, quindi, ad evitarli in vari modi: desistere dalla richiesta fatta rivolgendosi ad altri bambini, incalzare con le domande creando un clima di ansia che va a diminuire le probabilità della risposta anziché stimolarla, cambiare attività, ecc.

Non avendo da lei risposte verbali, ho smesso di farle domande dirette in cui era necessaria una risposta verbale. Ho continuato, però, a rivolgermi a lei facendo richieste che potevano essere esaudite attraverso risposte di tipo non verbale.

Ad esempio, durante il momento dell’appello, non potendo lei rispondere verbalmente alla mia domanda “qual è il tuo nome?”, le ho dato, comunque, la possibilità di rispondere, chiedendole di fare un cenno con la testa corrispondente al “no” se il nome che pronunciavo io non era il suo, corrispondente al “si” se invece era il nome giusto. Per le domande la cui risposta era prevedibile e rappresentabile attraverso un’immagine, le chiedevo di scegliere quella giusta. Oppure, nel caso di domande in cui erano possibili più risposte articolate, formulavo inizialmente io le risposte per poi chiederle conferma o dissenso con un cenno del capo.

Risultato: Rita non ha iniziato a parlare ma la sua partecipazione alle attività in sezione è aumentata e i bambini hanno iniziato a coinvolgerla maggiormente.

Quali osservazioni fare?

Rita è una bambina che necessita di attenzioni particolari. Data l’invasività della sua difficoltà linguistica, va suggerito alla famiglia di effettuare gli opportuni approfondimenti specialistici al fine di attivare al più presto una proficua collaborazione con servizi e famiglia per garantirle l’intervento più adeguato possibile.

Nel frattempo, però, la qualità dell’intervento dell’insegnante è determinante nella qualità della vita trascorsa a scuola.

Il ruolo dell’insegnante non è quello di trovare le cause ad eventuali comportamenti “anomali” dei bambini, bensì quello di segnalare eventuali difficoltà ai genitori per un opportuno approfondimento e di trovare il modo per far stare bene il bambino a scuola e di non “andare in disagio educativo” di fronte ai limiti dei bambini con bisogni educativi speciali.

La difficoltà ad accedere al mondo interno di Rita e la difficoltà di valutare le sue reali potenzialità può mettere in crisi la maestra, la quale rischia di stimolare sempre meno la bambina tagliandola fuori da molte attività. Nonostante il suo problema nel parlare, Rita non deve diventare un problema anche per l’insegnante. Altrimenti, per un effetto di rispecchiamento, la bambina si vivrà in termini negativi come un peso.

Per riprendere l’esempio precedentemente citato, la bambina alla quale la maestra porge la domanda come a tutti gli altri e le permette di rispondere secondo i suoi tempi e secondo le sue modalità, compresa l’eventualità di non rispondere, avrà conferma di valere come tutti gli altri agli occhi della maestra e di essere, quindi una bambina che può comunicare con gli altri anche senza usare la parola.

Al contrario, la bambina non interpellata, avrà conferma del fatto che non è in grado di rispondere alle domande della maestra, e che di conseguenza è una bambina incapace di comunicare e che quello che ha dentro non interessa a nessuno.

Ciò che è importante è, quindi, cambiare tipologia di richiesta. 

Ad un bambino che non si esprime verbalmente, è possibile chiedergli di utilizzare le mani per indicare o per disegnare o per afferrare qualcosa. Oppure, quando un bambino è in difficoltà nell’esprimersi, l’adulto può intervenire verbalizzando al suo posto, ma sempre sotto forma di un’ipotesi; è importante dare sempre la possibilità al bambino di confermare oppure no quanto proposto dall’adulto.

Il gruppo è un’importante risorsa per l’insegnate.

L’esperienza di vita scolastica con una bambina che non parla può diventare un’esperienza di apprendimento per tutti i bambini. Ad esempio, si possono proporre agli altri bambini giochi divertenti in cui non si usa la voce.

La capacità della maestra di valorizzare le diversità può accrescere di gran lunga le capacità dei bambini di stare con gli altri e di ampliare le loro capacità comunicative.

Vi assicuro che è sorprendente come i bambini riescano comunque a trovare dei modi per comunicare tra loro nonostante le difficoltà. Ciò che è fondamentale, però, è avere un insegnante che li sostenga e li incoraggi in questo e li aiuti a dare significato a dei comportamenti che loro non capiscono.

Conclusioni

Difficoltà specifiche e pervasive di alcuni bambini necessitano di altrettante competenze speciali e professionali dell’insegnante. Per garantire ad una bambina che non parla, indipendentemente dalla ragione che vi è dietro, un’opportunità di crescere serenamente a scuola, è necessario uno sguardo attento e professionale della maestra.

A partire dalla costruzione di una relazione positiva e da un’attenta osservazione dei comportamenti e atteggiamenti di ciascun bambino, è possibile impostare un intervento educativo realmente rispondente ai bisogni specifici di ognuno.

Dott.ssa Serena Costa

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About serena

Psicologa dell'infanzia, esperta nelle problematiche del sonno e dell'apprendimento.

14 commenti

  1. bellissimo davvero anche questo articolo;non è perchè io sono tua mamma che mi complimento con te, ma è perchè davvero ho ancora molte cose da imparare a stare con i bambini.Tutto serve!Mi ha colpito molto il fatto che l’insegnante (o chi per essa) non deve preoccuparsi più di tanto dei “perchè” di certi atteggiamenti o comportamenti dei bambini,ma deve cercare di fare di tutto per rendere il rapporto con i bimbi (tutti) il più tranquillo ed accogliente possibile, mettendo sempre a disposizione la sua professionalità, capacità, competenze specifiche,esperienza, e soprattutto tanta “umanità”, e..naturalmente condire il tutto con tanta tanta pazienza:Il saper aspettare che piano piano i tempi maturino e diano qualche frutto,credo sia una prerogativa indispensabile per un educatore o educatrice, ma presto o tardi l’attesa, se accompagnata dal mixer di doti accennato prima,premia, come premiano, molte volte l’impegno , la costanza, e la buona volontà, che ognuno di noi mette nel proprio settore, sia nel lavoro che negli impegni più semplici, nella vita di tutti i giorni.Mi fa molto piacere che nel tuo lavoro metti tanto entusiasmo e cerchi di fare il possibile per ottenere oltre che dei buoni risultati, un buon rapporto con i bambini, specie con quelli che magari hanno più bisogno di qualche particolare attenzione.Buona continuazione!

    • Sono d’accordo con Gabriella per chi entra in contatto cin i bambini questo articolo può essere fonte di riflessioni e stimoli. Io mi occupi di Gruppi di parola per figli di genitori separati e capita che un bambino non si sente propnto a raccontare qualcosa di sè in gruppo trattandosi anche di una tematica così delicata ed emotivamente intensa. Per questo condivo in pieno che è fondamentale creare un ambiente protetto e rassicurante per i bambini, saper aspettare il momento giusto, dare uno sguardo, far sentire ai bambini fiducia e sicurezza, sono tutti elementi che circolano all’interno del gruppo e permetteranno di creare un senso di condivisione e di apertura. Il silenzio deve essere accolto, ascoltato e compreso, come le parole deve essere trattato all’interno del gruppo e condiviso. Molte volte siamo noi come operatori che abbiamo paura del silenzio e lo troviamo disturbante ma questo articolo dimostra come sia possibile trasformarlo con un atteggiamento non giudcante e accogliente verso i bambini. Alessandra

      • Grazie Alessandra per il tuo contributo. Hai colto proprio un elemento che volevo sottolineare: l’importanza che l’adulto non entri in disagio di fronte alla problematica portata dai bambini stessi. Un compito molto importante e difficile che richiede un grande lavoro su se stessi.

  2. Sono assolutamente d’accordo con quanto scrivi, a proposito della bambina che, a scuola, non parla. I dati che conosciamo non autorizzano ad andare oltre, nelle nostre ipotesi. Interessante, e molto, il fatto che la bambina, a casa, invece parla. Mi sento di aggiungere questo: la “socializzazione” del problema. Intendo dire che il problema di una parte della comunità (una bambina) diventa problema della comunità. La quale può essere attivamente coinvolta in una ricerca, interna, tesa non tanto alla soluzione (potrebbe creare ansia) quanto a una partecipazione dei “vissuti” della bambina. per esempio, attraverso giochi basati sulla comunicazione non-verbale, nella sua accezione più ampia (uso del corpo, interagire con e senza linguaggio fonetico, ecc.). Non mi dilungo su possibili attività da fare, ne sai certamente più di me. Quello che mi pare importante è un’attiva partecipazione, un attivo coinvolgimento di tutti i bambini verso il mondo di questa nostra bambina. Giochi corali, insomma, che possano darle, offrirle la sensazione di ricevere veri e propri doni, e, a sua volta, offrire.

  3. Grazie Roberto per il tuo contributo. Penso anch’io che attraverso la partecipazione di tutti i compagni, tutte le bambine o i bambini in questa situazione ne gioverebbero molto.

  4. ho letto molto e tutto d’ un fiato.molto interessante l’articolo sulla bimba che non parla a scuola.quest’anno ne ho due in sezione,entrambe molto simili alla bambina da te descritta.condivido l’importanza di valorizzare gli altri tipi di linguaggio,senza bloccarsi per forza di fronte ai silenzi verbali.ricordo il grande senso di impotenza provato tanti anni fa,quando di fronte a questa forma di “mutismo selettivo”,cercavo di porre rimedio ad ogni costo.

    • Grazie Martina, mi fa molto piacere quello che dici! La tua esperienza testimonia quanto molte volte le difficoltà che troviamo nel nostro lavoro siano spesso correlate alla nostra modalità di reagire a ciò che ci succede.

  5. Ti faccio i miei più sinceri complimenti per come hai saputo interagire e rendere partecipe la piccola Rita tramite il gioco aiutandola a socializzare senza invece lasciarla in disparte. Mia sorella ha avuto il suo piccolo che non parlava quando entrava in classe (all epoca frequentava la scuola materna ) e saper solo a fine anno scolastico che in classe rimaneva in disparte e non parlava con nessuno e stato terribile. Quindi hai tutta la mia stima continua così .

    • Gentilissima Assunta, grazie per il suo gentile commento! Mi fa molto piacere sapere che trova interessanti e utili le riflessioni che ho fatto. Se vuole contribuire a diffondere tali riflessioni può condividere l’articolo con più persone possibile!

      Un saluto.

  6. anche io ancora adesso ho il mutismo selettivo i miei compagni mi prendevano in giro e anche le insegnanti.questo articolo è molto bello.

  7. Antonella Tortora

    Grazie per le sue riflessioni e del suo atteggiamento rispetto al mutismo di questa bambina. Il disturbo di cui soffre é probabilmente il mutismo selettivo. Se vuole approfondire c’é un’associazione che se ne occupa e si chiama Aimuse.

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