sabato, 19 gennaio 2019
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Una bambina che interrompe il gioco a metà

Una bambina che interrompe il gioco a metà

Vi racconto un altro episodio tratto dalla mia esperienza di maestra alla scuola materna: il caso di una bambina, chiamata per l’occasione Maria, che interrompe il gioco che stava facendo.

Una bambina che interrompe il gioco a metà

L’episodio in questione avviene nel pomeriggio in occasione dei giochi di gruppo. Solitamente dopo il pranzo, tornati in sezione, i bambini si riuniscono in cerchio per svolgere a turno giochi a ritmo di una filastrocca  cantata dai compagni. Solitamente i bambini partecipano molto volentieri in queste occasioni e fanno di tutto per poter fare il loro gioco preferito.

Non tutti però! Maria spesso rifiuta di partecipare.

Un giorno mi è capitato di riuscire con molta delicatezza a far scegliere a Maria un gioco e di “convincerla” quindi a partecipare, ma nel bel mezzo della filastrocca, si è interrotta e si è andata a sedere, non concludendo il gioco!

Voi cosa avreste fatto? Avreste lasciato correre l’episodio facendo giocare qualcun altro oppure avreste approfondito la questione? O che altro?

Cosa ho fatto in qualità di maestra

Come prima cosa le ho chiesto come mai si è fermata, ma nessuna risposta. Ho provato poi a incitarla a continuare, ma inutilmente. Maria era seduta in un silenzio fermo.

Siccome i bambini iniziavano a fare un po’ di confusione per poter continuare a giocare, avrei potuto tranquillamente lasciar correre passando il turno a qualcun altro, ma ho deciso di chiedere loro di fermarsi un attimo perché era successa una cosa che volevo capire bene.

Ho fatto notare, con tono gentile, che una loro compagna aveva interrotto il gioco e, questo era un po’ strano. Solitamente, infatti, i bambini che si divertono giocano molto volentieri fino alla fine e difficilmente interrompono il loro divertimento. Visto che Maria si era fermata improvvisamente probabilmente era successo qualcosa e io avrei voluto saperlo.

Mi sono rivolta verso Maria chiedendole se mi poteva raccontare cosa era successo, ma lei continuava a stare in silenzio bloccata, così ho continuato ancora io, chiedendo ai compagni se avevano qualche idea su cosa potesse essere successo.

Anche i compagni si sono ammutoliti, incapaci di trovare un motivo valido per interrompere un gioco.

Così ho esplicitato io la mia ipotesi, chiedendo a Maria se per caso si era fermata perché si era sentita infastidita dai compagni che non l’avevano lasciata giocare tranquillamente ma che l’avevano disturbata con i loro commenti e le avevano messo fretta.

Lei, dopo un po’ di silenzio, timidamente ha fatto un cenno di “sì” con la testa.

A quel punto ho verbalizzato anche agli altri ciò che era successo, spiegando che Maria, per divertirsi, ha bisogno di non sentirsi criticata o commentata e li ho, quindi, invitati a darle più tranquillità la prossima volta.

Mi sono poi rivolta alla bambina e, sempre con tono amichevole, ho invitato anche lei a non preoccuparsi troppo la prossima volta per quello che gli altri bambini dicono. Le ho chiesto, inoltre, se volesse continuare per concludere il gioco che stava facendo prima e lei mi ha risposto con un bel sorriso e un bel sì!

Risultato: ha concluso il suo gioco di gruppo contenta di aver partecipato!

Quali osservazioni fare su un episodio apparentemente insignificante?

La rinuncia di un bambino a giocare in un contesto di gruppo è, spesso, riconducibile ad una questione di timidezza e paura del giudizio degli altri, adulti o compagni. 

Maria è una bambina che non ha problemi nel gioco, anzi, in un contesto libero, lei si esprime tranquillamente divertendosi con le sue amiche. La difficoltà emerge, invece, nel contesto di gruppo in cui è osservata ed è oggetto di possibili commenti da parte dei bambini e della maestra. La sua timidezza la rende molto sensibile alle critiche o alle osservazioni degli altri, alle quali non sa rispondere “a tono”. Il timore per queste situazioni la porta ad evitarle o a interromperle, non appena sente di non riuscire a gestirle.

Il ruolo dell’insegnante è quello di cogliere questo aspetto e di agire rinforzando l’espressione del bambino e restituendo a lui e al gruppo l’importanza di ciò che prova. 

I comportamenti di Maria, essendo molto silenziosi, possono passare inosservati e far sì che la maestra non le dia le dovute attenzioni. E’ comprensibile, infatti, che in un contesto di gruppo, le energie della maestra siano incanalate principalmente sui bambini “più rumorosi” e vivaci. Tuttavia è  importante riconoscere e sostenere anche i bambini più timidi.

Scegliendo di non trascurare l’interruzione del gioco di Maria, ho inviato un messaggio chiaro: sono importanti  i sentimenti che prova e ha diritto al tempo necessario per manifestarli ai suoi compagni che sono invitati ad ascoltarla.

Se avessi fatto continuare il gioco a qualcun altro avrei inviato, invece, un messaggio contrario negativo: quello che prova non è importante e la maestra dà il tempo solo a chi risponde subito con decisione.

Quando un bambino è in difficoltà nell’esprimersi, l’adulto può intervenire verbalizzando al suo posto ma sempre sotto forma di un’ipotesi; è importante dare sempre la possibilità al bambino di confermare oppure no quanto proposto dall’adulto.  

Maria, essendo così timida e timorosa nell’esprimersi di fronte al gruppo, ma anche all’insegnante, sta in silenzio di fronte ad una richiesta. È importante rispettare tale caratteristica senza colpevolizzarla,  assicurandole più tempo degli altri e aiutandola ad acquisire sicurezza nell’esprimere ciò che ha dentro.

Il gruppo è un’importante risorsa per l’insegnate. 

Tale episodio diventerà un’esperienza di apprendimento per tutti i bambini. L’analisi dell’episodio svolto insieme, grazie all’aiuto della maestra, arricchisce la loro capacità di lettura dei comportamenti dei bambini.

Attraverso il continuo impegno della maestra in questo senso si promuove nei bambini la consapevolezza che tutti hanno gli stessi diritti di esprimersi e di essere rispettati per le proprie caratteristiche.

Conclusioni

Gli aspetti psicologici più profondi che caratterizzano la psicologia del bambino si manifestano anche attraverso comportamenti apparentemente insignificanti, come ad esempio nel caso descritto. Ad un occhio attento essi offrono importanti elementi all’adulto per comprendere i bisogni reali del bambino e, nello stesso tempo, per impostare le strategie adeguate di intervento.

È doveroso per gli adulti imparare a dare la dovuta importanza a tali aspetti al fine di calibrare le proprie attenzioni sui bisogni profondi dei bambini. Occorre interrogarsi non tanto sul comportamento in sé del bambino, quanto sul bisogno profondo ne è alla base.

Nel caso di Maria il bisogno profondo emerso, è quello di trovare adulti capaci di riconoscere le sue paure e i suoi timori per offrirle lo spazio necessario per sentirsi riconosciuta e valorizzata.

Dott.ssa Serena Costa, psicologa dell’infanzia (serenacosta.it@gmail.com)

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About serena

Psicologa dell'infanzia, esperta nelle problematiche del sonno e dell'apprendimento.

7 commenti

  1. Interessante. Secondo te i comportamenti di chi si esclude da un gruppo possono essere considerati come un “problema” di alcuni bambini o è meglio pensarli come a delle caratteristiche da valorizzare?

  2. Domanda interessante! Il comportamento di un bambino che si esclude da un gruppo, cioè non partecipa ad esso oppure si allontana per stare da solo o con altri, non è un problema in sé.
    Lo può diventare se esso rappresenta un modo che si ripresenta ripetutamente per fuggire ad una propria difficoltà.

    Un insegnante o un genitore deve sempre chiedersi cosa sta succedendo, qual è la dinamica che sta alla base di un simile comportamento.
    Il bambino ha scelto di escludersi da un gruppo perché è stato portato a farlo, oppure perché ha deciso lui per qualche ragione particolare? Si esclude perché ha timore del giudizio altrui (come nel caso qui presentato)o non si sente adeguato, oppure perché ritiene che i bambini di quel gruppo non si comportino bene? Quando si allontana da un gruppo sta da solo oppure si unisce ad altri?

    Per poter decidere se un comportamento può costituire un problema oppure una risorsa per il bambino, è necessario chiedersi innanzitutto se il comportamento in questione contribuisce ad una crescita positiva del bambino oppure no.
    Sentirsi esclusi da qualcuno o escludersi per non stare male nel gruppo non è occasione di crescita.

    Un adulto deve, quindi, porsi sempre queste domande e porre le condizioni affinché ogni bambino sperimenti l’esperienza di gruppo in modo positivo ed impari a stare con gli altri.
    Vanno quindi incentivati tutti i comportamenti che esprimono competenza in questo senso, compresa la capacità di scegliere con chi stare e di passare anche dei momenti da soli.
    Deve essere però una competenza acquisita e non una strategia di fuga.

    • non immagini certo chi è che commenta questo tuo “esporre le tue esperienze”……sono ne più ne meno la tua zia M. Grazia…complimenti davvero sei molto brava e sopratutto competente… non aggiungo altro perchè come già sai, mi sembra di scrivere in piazza e poi non so mai se le cose arrivano alla destinazione giusta ciao tua zia M.Grazia

  3. era tanto che non “entravo” nel tuo blog!complimenti, davvero interessante…mi viene da domandarmi: chissà se anche i “miei” adulti, quelli che mi circondavano, si fossero accorti un po’ di piu’, e soprattutto avessero colto i significati, dei miei silenzi o delle miei insicurezze…chissà se siamo ancora in tempo a colmare quei momenti che ci segnano poi il presente 🙂
    a presto
    T

    • ciao Tiz! Grazie per il commento.
      Certo, la nostra infanzia segna il nostro presente sia in positivo che in negativo, e se poi i segni sono dolorosi non sempre è facile saperli gestire, anche se si è ormai adulti.
      Ma si può sempre fare qualcosa se lo si vuole, compreso il non far nulla. Sembra una contraddizione?
      Magari approfondirò questo aspetto in un prossimo articolo perché potrebbe essere interessante.

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