venerdì, 21 settembre 2018
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Ricatti per farsi obbedire: cosa si intende?

Ricatti per farsi obbedire: cosa si intende?

I ricatti in educazione sono all’ordine del giorno ma sono giusti o sbagliati? Ma prima di tutto, cosa si intende per ricatto? I premi e le punizioni sono ricatti? Che alternative ci sono? Si tratta di domande e perplessità che mi capitano spesso in quanto molti genitori si trovano in difficoltà nella gestione dei limiti e delle regole.

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I ricatti: cosa sono

Il ricatto è una forma di manipolazione che consiste nell’indurre una persona a comportarsi come vogliamo noi, pena conseguenze spiacevoli. Una persona sotto ricatto non ha possibilità di scelta libera perché si ritrova costretta a fare delle cose contro la sua volontà o a rinunciare ad esse. Nel ricatto emotivo si mira al senso di colpa nel momento in cui quella persona non si attiene alle nostre aspettative. Sia che il ricatto sia di tipo materiale o psicologico, quello che c’è dietro è la volontà di ottenere un vantaggio personale.

Molti genitori ricorrono ai ricatti con i propri figli quando per ottenere da loro determinati comportamenti (stare seduti a tavola, mangiare, non dire le parolacce…) promettono loro in cambio qualcosa d’altro (il gioco richiesto, guardare la tv, un gelato…). La formula base è: ” SE TU….ALLORA IO”.

Esempi di ricatti sono:

  • “SE TU metti apposto i giochi, ALLORA IO ti lascio giocare con la play station”
  • “SE TU non mangi ALLORA IO non ti permetto di guardare la tv”
  • “SE TU dici le parolacce ALLORA IO sto male”
  • “SE TU non fai i compiti ALLORA IO ti butto via i tuoi giochi”

Questo tipo di intervento genitoriale però non porta benefici al figlio, se non quelli immediati dal suo punto di vista, ma porta benefici al genitore che in questo modo riesce a controllare con più efficacia il comportamento del figlio. Per questo motivo non possiamo considerare i ricatti come qualcosa di educativo. I bambini attraverso il ricatto imparano che ci si comporta in un determinato modo per ottenere qualcosa per Sé o per rendere felice qualcun altro (o per evitare di farlo diventare triste). Ciò che un genitore, invece, deve far capire al figlio è che ci si comporta in un determinato modo perché ci sono delle regole da rispettare e che il rispetto di quelle regole serve a se stesso.

I ricatti: premi e punizioni lo sono?

I premi (o rinforzi) e le punizioni possono diventare dei ricatti nel momento in cui vengono dati nella logica detta prima, cioè perché il bambino si è comportato in un determinato modo facendo quindi implicitamente un favore a noi. Per esempio gli diamo una caramella perché così sta zitto e in silenzio, gli permettiamo di guardare la televisione perché ha mangiato tutto, oppure non gli diamo il suo gioco preferito perché non ha riordinato ecc.

I premi non diventano ricatti nel momento in cui vengono dati per riconoscere uno sforzo che il bambino ha fatto nel rispettare una determinata regola e per motivarlo quindi a proseguire su quella strada; le punizioni non diventano ricatti nel momento in cui vengono usate per sottolineare l’importanza della regola e scoraggiare la comparsa di quel determinato comportamento. In entrambi i casi l’intervento del genitore non è finalizzato ad ottenere un vantaggio personale (“non lo stai facendo per me”) ma è fatto per aiutare il figlio a crescere (lo stai facendo per te). Per esempio un genitore può decidere di premiare il figlio con un po’ di tv nel momento in cui vuole riconoscere la fatica che ha fatto nel gestire il suo comportamento, oppure può punirlo vietandogliela nel momento in cui si è comportato in un modo scorretto.

Per far capire ai figli che il rispetto di quella regola è per se stesso e non per il genitore, quest’ultimo non deve arrabbiarsi troppo nel momento in cui il bambino trasgredisce e nemmeno lodarlo eccessivamente. Per riuscirci non deve interpretare la disobbedienza come un dispetto a mamma o papà, e il rispetto di un limite o di una regola come un favore al genitore.

No ai ricatti, sì a chiarezza e fermezza

Evitare i ricatti in educazione è quindi possibile, oltre che auspicabile. Sin da quando il bambino ha 2-3 anni e inizia a sfidare i limiti che un genitore stabilisce (leggi anche: “Il mio bimbo è diventato un ribelle! La fase dei NO a 2-3 anni“), è importante essere chiari nel stabilire limiti e regole in anticipo e fermi nel richiederne il rispetto. Trovate alcune strategie nell’articolo “La fase dei no! Come gestirla” utili quando il bambino è piccolo ma anche quando il bambino è più grandicello.

Dott.ssa Serena Costa, psicologa dell’infanzia (serenacosta.it@gmail.com)

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About serena

Psicologa dell'infanzia, esperta nelle problematiche del sonno e dell'apprendimento.

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