sabato, 19 gennaio 2019
Home » Fasce di età » 0-2 anni » Punizione positiva e negativa: significato
Punizione positiva e negativa: significato

Punizione positiva e negativa: significato

Dopo aver chiarito cosa si intende per rinforzo, diventa importante conoscere bene cosa si intende per punizione in ambito educativo. I genitori sono soliti chiedersi se sia giusto o meno punire i propri bambini e, spesso, associano a questo termine un significato molto negativo, pur facendone ricorso più volte. Provo, quindi, a definire prima cosa si intende per “punizione” per poi specificare il significato dei termini annessi “positivo” e “negativo”.

La punizione

Il concetto di “punizione“, così come quello di “rinforzo” visto precedentemente, deriva da una corrente particolare della psicologia chiamata “comportamentismo”, corrente interessata a studiare i processi alla base degli apprendimenti osservando i comportamenti. Alcuni studiosi, attraverso esperimenti sugli animali, avevano notato che un determinato comportamento tende a estinguersi nel tempo se le conseguenze sono negative per il soggetto. Ciò che porta, quindi, ad una diminuzione di un determinato comportamento si definisce “punizione”, detto anche “stimolo avversivo”.

Come nell’articolo sui rinforzi, per semplificare vi propongo qualche esempio.

La punizione positiva

Se un bambino che non ha messo in ordine i propri giochi (comportamento) riceve uno schiaffo dal papà (punizione), tenderà a non rimettere in atto tale comportamento, cioè cercherà di sistemare i giochi prima che arrivi il papà, per paura di ricevere un altro schiaffo e, quindi, per evitare la sensazione spiacevole sia fisica che emotiva che ne deriva. Occorre, però, fare una precisazione. Lo schiaffo del papà sarà realmente una punizione solo nel caso in cui esso è per il bambino uno stimolo realmente avversivo, cioè non desiderato. In alcuni casi, infatti, succede che se ripetuti troppo spesso e se diventati ormai l’unica forma di attenzione ricevuta dal bambino, gli schiaffi diventano elementi rinforzanti e non più punitivi. Questo esempio, spero sia superfluo rimarcarlo, ha fini esclusivamente esplicativi, cioè vuole far comprendere il meccanismo della punizione, ma non vuole assolutamente giustificare l’uso della violenza, anzi!!

Meglio, quindi, fare un altro esempio che potrebbe essere il seguente. Supponiamo che un bambino di 4 anni si diverta a colorare in giro sui mobili o sul tavolo (comportamento); se la mamma gli dice che, per rimediare al danno, deve ora pulire tutto il tavolo e i mobili e poi anche riordinare i giochi della sua stanza (punizione), il bambino si accorgerà che non gli conviene più di tanto ripetere quel comportamento e, quindi, tenderà a non ripeterlo.

Entrambi gli esempi precedenti mostrano cosa si intende per “punizione positiva“. In ciascun caso l’elemento punitivo è un elemento, conseguente ad un determinato comportamento, che viene letteralmente “aggiunto” (il termine positivo si riferisce proprio all’aggiunta di un elemento, nel caso della punizione, spiacevole). Il comportamento in questione, quindi, tenderà a non presentarsi più o a diminuirne la frequenza. Nel primo esempio si trattava di una punizione fisica, sconsigliata a livello educativo, nel secondo esempio si trattava di una punizione “comportamentale”, cioè della richiesta di un comportamento spiacevole da aggiungere al comportamento in questione.

La punizione negativa

Le punizioni, però, come anticipato dal titolo, possono essere anche punizioni di tipo negativo e, in questo caso, l’elemento punitivo (ciò che porta ad una diminuzione del comportamento) è, invece, un elemento positivo che viene sottratto. Vi propongo, quindi, due esempi per comprendere meglio il concetto.

Una bambina che non riordina (comportamento) se scopre che poi non può guardare il suo cartone preferito in tv (punizione: attività piacevole negata), sarà più motivata a mettere in ordine e, quindi, a diminuire la frequenza del comportamento in questione del non mettere in ordine.

Un secondo esempio potrebbe essere il caso di un bambino che a scuola ogni volta che si alza girovagando per la classe (comportamento) ne consegue che gli viene negato di svolgere a fine ora un’attività piacevole preventivamente concordata (punizione).  Anche in questo caso è possibile portare verso la diminuzione un comportamento senza intervenire aggiungendo qualcosa (punizione positiva) ma semplicemente sottraendo un elemento piacevole.

Conclusioni

Le punizioni positive e negative rappresentano degli interventi che motivano a diminuire la frequenza di un determinato comportamento. A livello educativo, diventa importante saper riconoscere che tipo di azioni si è soliti mettere in atto nei confronti dei bambini, per accrescere la consapevolezza nel caso in cui si decide di utilizzare le punizioni. Sebbene sia preferibile l’utilizzo di elementi rinforzanti per motivare i bambini o i ragazzi a mettere in atto comportamenti desiderabili, un utilizzo corretto ed equilibrato delle punizioni, preferibilmente punizioni di tipo negativo, rappresenta un utile strumento educativo. Ciò che è fondamentale ricordare è che la punizione non deve essere rivolta al bambino in quanto tale portandolo all’umiliazione, ma deve essere diretta al comportamento in modo da tutelare il bambino come persona.

Dott.ssa Serena Costa, psicologa dell’infanzia (serenacosta.it@gmail.com)

Ti è piaciuto questo articolo? Se si, clicca mi piace alla pagina e, se vuoi rimanere aggiornato su questi argomenti, iscriviti alla newsletter!

Iscriviti alla Newsletter!

Se vuoi avere un confronto professionale su queste tematiche, visita la pagina dedicata alle consulenze.

 

Condividi su:

About serena

Psicologa dell'infanzia, esperta nelle problematiche del sonno e dell'apprendimento.

Inserisci un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. Required fields are marked *

*