domenica, 25 febbraio 2018
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Sonno infantile: quali strategie di addormentamento?

Sonno infantile: quali strategie di addormentamento?

Il mese scorso, con l’articolo “Insonnia infantile: di cosa si tratta?“, ho illustrato a grandi linee la problematica dell’insonnia infantile che molte mamme si trovano ad affrontare. Nei primi anni di vita di un bambino, infatti,  i genitori riscontrano spesso problematiche del sonno perché i bebé non hanno ancora sviluppato una autonoma regolazione del sonno.  Quali sono, quindi, le principali modalità che le mamme adottano per far addormentare i propri piccoli che, spesso, sembrano non volerne sapere di chiudere occhio?

Strategia che sviluppa l’angoscia di abbandono: il metodo “Fate la nanna”

Da qualche decennio si è diffusa tra i genitori una pratica di addormentamento chiamata “metodo Estivill” che prende il nome dall’autore del famoso libro “Fate la nanna” di Estivill, De Béhar edito da Mandragora. Tale metodologia richiede ai genitori di lasciar piangere il bambino per periodi sempre crescenti (dai 3 minuti fino anche ai 30) ed entrare nella stanza ad intervalli regolari per accarezzarlo ma mai prenderlo in braccio, fino a ché il bambino impara ad addormentarsi da solo. Pare sia un metodo molto efficace nel senso che i bambini imparano presto a smettere di piangere ma a che prezzo! Il piccolo di pochi mesi impara che il pianto non ha il potere di richiamare l’attenzione dell’adulto e che, quindi, nella difficoltà lui non può contare su nessuno e deve cavarsela da solo sin da così piccolo. Il bambino vive, quindi, un senso di abbandono non avendo l’opportunità di sperimentare quella presenza affettiva del genitorore (o di chi ne fa le veci) fondamentale per sviluppare quel senso di sicurezza interno che gli permetterà di affrontare con serenità le difficoltà della vita, rapportate alla sua età ovviamente.

Strategia che sviluppa dipendenza dall’adulto

Un’altra pratica di addormentamento che si riscontra tra i genitori è quella di addormentare il bambino allattandolo al seno o con il biberon, cullandolo in braccio o nel passeggino e, addirittura, consolare subito il bambino prendendolo in braccio nonappena emette un piccolo grido di pianto. Si tratta di un metodo adottato da quei genitori che, all’opposto del caso precedente, credono che vada evitata al bambino qualsiasi esperienza di frustrazione. In questo caso, però, si va a creare uno stato di dipendenza totale dal genitore che va ad annullare quelle competenze di autoregolazione che il bambino piccolo possiede in sé già dai 4-6 mesi e non si favorisce quell’autonomia che dovrebbe essere l’obiettivo di ogni intervento educativo. Il metodo può rivelarsi, quindi, controproducente in un periodo successivo quando al bambino diventato più grande gli sarà chiesto di dormire nel proprio lettino da solo. La mancanza di una competenza autonoma di addormentamento può ostacolare questa fase evolutiva molto delicata facendo sperimentare un senso di disorientamento e paura nel bambino.

Strategia che sviluppa l’autonomia in modo graduale

La pratica di addormentamento più consigliata si trova in una via di mezzo tra i due metodi precedenti. Consiste, cioè, nel far sperimentare al bambino piccoli gradi di autonomia di entità sempre maggiore simile a quelli sperimentati durante la veglia. Nei primissimi mesi il bambino ha bisogno di una regolazione esterna del sonno, cioè ha bisogno che la mamma o chi ne fa le veci, sia presente ogni volta che lui ne manifesta bisogno, ma a partire dai 4-6 mesi il bambino è sempre più in grado di trovare in modo autonomo delle strategie per addormentarsi. Questa strategia di addormentamento mira, quindi, a non intervenire al primo lamento e a lasciare qualche minuto il bambino a sperimentare da solo qualche modalità per riaddormentarsi. I genitori che adottano questo metodo intervengono nel momento del bisogno ma favoriscono ampi spazi di autonomia adattati all’età, quali ad esempio, l’addormentamento nel proprio lettino. In questo modo il bambino sarà guidato in modo graduale dall’adulto alla conquista delle competenze di autoregolazione  del sonno, sperimentando fiducia nelle proprie capacità e senza sperimentare il totale abbandono della figura di riferimento.

Conclusioni

Esistono diverse modalità di addormentamento che esprimono una diversità nel modo di concepire lo sviluppo del bambino. C’è chi mette in primo piano il proprio bisogno di autonomia imponendo un’autonomia al bambino in modo forzato, autonomia che ha le sembianze di un allontanamento; chi, invece, mette in secondo piano l’autonomia del bambino creando una sorta di dipendenza che molte volte è a vantaggio dell’adulto e non del bambino; e chi, ancora,  dà importanza all’acquisizione di autonomie da parte del bambino ma le propone come conquista e non come una forma di allontanamento.

E voi, cosa ne pensate? Quali strategie avete adottato? E quali vi sembrano più adeguate?

Dott.ssa Serena Costa

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About serena

Psicologa dell'infanzia, esperta nelle problematiche del sonno e dell'apprendimento.

2 commenti

  1. Salve articolo molto interessante,…solo che con la mia bimba di 22 mesi , diciamo non ho avuto la stessa capacità nel farla addormentare…fino a 19 mesi l’ultima poppata (con il mio latte) nonostante svezzata era l’unico modo per farla dormire,..sfinita dalla stanchezza e dal nervosismo sono riuscita a togliergliela a 20 mesi,..ma l’unica strategia che ha funzionato a quel punto è stata quella di farla addormentare in collo di mio marito al ritmo della musica (vasco rossi) tuttora permane quest’abitudine e purtroppo non riusciamo a farla dormire in altri modi…non sappiamo cosa fare,..nel lettino da sola non ha mai dormito,…cosa ci consiglia?
    grazie

    • Gentile Viviana,
      grazie per il commento. Purtroppo non le posso consigliare niente di adeguato senza conoscere la sua situazione specifica. Le informazioni che ha inserito nel commento non sono sufficienti per trovare il modo adatto per riuscire a sbloccare la situazione. Le consiglio di contattarmi in privato e, tramite una consulenza di approfondimento, potrò indicarle un breve percorso da intraprendere adatto alla sua situazione.

      Cordialmente. Serena Costa

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