Chiunque segua i telegiornali o legga i giornali è esposto quotidianamente a notizie che raccontano episodi di violenza: da uomini in preda ad una gelosia morbosa che picchiano, abusano, o finiscono addirittura per uccidere le proprie “amate”, a genitori che maltrattano o uccidono i propri bambini, a ragazzi o ragazze che molestano i propri compagni fisicamente o psicologicamente. Se questi episodi sono chiaramente definiti come violenti, ce ne sono altri che contengono una maggiore ambiguità. Ad esempio, il ragazzo che una sera palpeggia una ragazza sul sedere è un atto di violenza? Un papà che dà dello “stupido” a suo figlio è una violenza? E due coniugi in preda ad una lite accesa stanno facendo violenza l’un l’altro? E i fumatori in un bar che costringono i non fumatori a respirare aria che è stato dimostrato scientificamente essere dannosa per la salute?

Esempi ce ne potrebbero essere molti altri. L’ambiguità espressa in molte situazioni deriva, secondo Daniele Novara, pedagogista e formatore, nonché fondatore del Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti, da una certa confusione in merito a cosa si intende per “violenza” e per “conflitto”. Molti ritengono scorrettamente che un conflitto acceso sia una violenza, oppure, che la violenza scaturisca sempre da una situazione conflittuale e che il conflitto porti inevitabilmente ad una violenza. Un conflitto coniugale, soprattutto se “acceso” viene spesso vissuto come una violenza, così come un litigio tra bambini viene scoraggiato perché “occorre andare d’accordo”. Ma è proprio così?

Vediamo, allora, quando siamo nell’ambito della violenza e quando nell’ambito del conflitto.

Violenza e conflitto: definizione

Per poter parlare di violenza per Daniele Novara si devono verificare questi tre elementi:

  • un danno irreversibile, sia fisico che psicologico, frutto di un atto intenzionale
  • l’identificazione del problema con la persona e, quindi, eliminazione della persona-problema
  • la risoluzione unilaterale del problema

La violenza, in poche parole, è un atto che è volto ad eliminare la relazione così come succede in guerra in cui si elimina l’avversario. La persona violenta agisce in questo modo per ridurre l’ansia generata dal confronto con un’idea o posizione diversa dalla propria. Praticamente il contrario del conflitto.

Si è nell’ambito del conflitto quando è presente:

  • contrasto, contrarietà, divergenza, opposizione, resistenza critica (senza danno irreversibile)
  • intenzione di affrontare il problema (conflitto) mantenendo il rapporto
  • sviluppo della relazione anche se faticosa e problematica

Anche in altre lingue la parola “conflitto” fa riferimento ad un contesto relazionale in cui vi è un contrasto, un netto disaccordo su una questione importante tra 2 o più persone. In termini tecnici si parla di “conflitto interpersonale”. Il conflitto, quindi, a differenza della violenza, permette lo sviluppo di una relazione che non deve essere necessariamente “buona”, cioè caratterizzata dall’accordo così come siamo stati portati a pensare (“Non litigate, bisogna andare d’accordo!”), ma deve essere semplicemente ben gestita. E’ importante che le persone imparino a “so-stare” nei conflitti, accettando quegli elementi critici che possono far soffrire (“con quel gesto mi sento ferito”) per porli all’interno di uno scambio che faccia crescere e incontrare entrambi. E’ solo così che si può evitare il ricorso alla violenza. L’assenza di conflitto, infatti, può rendere il terreno favorevole ad una violenza perché viene eliminato l’elemento dialettico.

Alla luce di questi aspetti possiamo, quindi, ridurre l’ambiguità delle situazioni nominate all’inizio. I casi di violenza fisica e psicologica, abuso e maltrattamento ripetuti nel tempo rientrano nell’ambito della violenza perché questi atti procurano un danno irreversibile, sono intenzionali e rivolti all’eliminazione o annullamento della persona portatrice dell’elemento di diversità. Il ragazzo che una sera palpeggia una ragazza sul sedere, in base alla definizione di Novara, non può ritenersi un atto violento ma semplicemente un atto offensivo che può far soffrire la ragazza ma che non elimina la relazione perché non crea danni irreversibili. Nel caso dei coniugi non vi è violenza finché lo scontro o la discussione non crea danni irreversibili e c’è la volontà di entrambi di tenere viva la relazione. Nel caso dei fumatori non vi è violenza perché manca l’intenzionalità.

E voi che ne pensate?

Dott.ssa Serena Costa, psicologa dell’infanzia (serenacosta.it@gmail.com)

Se ti è piaciuto l’articolo clicca “mi piace” sulla pagina e condividi l’articolo con i tuoi amici. Se vuoi essere aggiornato sui prossimi articoli e sulle prossime iniziative, iscriviti alla Newsletter (box in fondo se leggi dal cellulare, oppure in alto a destra da computer). Potrai anche scaricare tanti Ebook gratuiti su vari temi legati al mondo dei bambini! Continua a seguirmi sul mio sito ma anche su Facebook dove puoi trovare la mia pagina Facebook di Connettiti alla psicologia e il nuovo gruppo “Essere genitori oggi: riflessioni e approfondimenti”

Bibliografia

Daniele Novara, “La Grammatica dei Conflitti”, Edizioni Sonda 2011

4 Commento

  • Trackback: Violenza e conflitto: due realtà solo apparentemente simili « Serena Costa
  • Domenico
    Pubblicato 25 Ottobre 2020 09:51 0Likes

    … nessun commento su questo articolo… eppure è così significativo e marca una netta differenza tra due comportamenti che i media assimilano sempre in quello peggiore (violenza).
    Sono da diversi anni in “conflitto” con mio figlio, ora sedicenne, per la sua reiterata antipatia (e conseguente scarso rendimento) verso tutto ciò che è studio e crescita… spesso il conflitto lo gestiamo anche adottando misure drastiche consentendo al nostro amato sedicenne di godere della “sufficienza” in termini di benfits familiari… ma sembra che queste punizioni non abbiano avuto, almeno sino ad ora, grandi effetti sulla maturazione allo studio del nostro ragazzo…
    Spesso mi chiedo se privarlo del cellulare o della possibilità di utilizzo della moto o fargli sacrificare un’uscita serale o domenicale sia “usare violenza”… non ho ancora trovato risposte in merito e non so nemmeno se ce ne siano. Ho provato a parlare, ragionare, riflettere e far riflettere sul tema della “propria responsabilità e proprio compito in questo momento della sua vita” ma al di la delle migliori dichiarate intenzioni e di qualche debole tentativo di cambiamento, non riesco a notare particolari prese di coscienza.
    Non dovrei lamentarmi, come mi dicono in molti, perchè mio figlio è comunque un bravo ragazzo, scout, non è particolarmente ribelle anche se molto polemico e pretenzioso verso il mondo… ma il cruccio di padre di non riuscire a scalfire il suo disinteresse verso ciò che porterebbe a una sua maggiore crescita personale, ad un suo diventare uomo, mi pesa, mi carica di senso di impotenza e mi fa sentire un leone che non trova la via di uscita da questa gabbia. Questo porta ogni tanto a reazioni d collera e conseguenti periodi di chiusura familiare veramente pesanti… l’articolo è interessante e mi da lo spunto per cercare, sempre e comunque, di riprendere il dialogo… anche se difficile, anche se significa scendere dal piedistallo dell'”ho ragione io”, anche se significa mettere in discussione le prese di posizione che hanno portato alla collera… Grazie per la dritta!!

    • serena
      Pubblicato 27 Ottobre 2020 16:08 0Likes

      Gentile Domenico, il rapporto genitori e figli è sempre attraversato da conflitti. E quando un genitore si interroga sulla qualità del suo operato, mi sentirei di dire che non siamo nel campo della violenza, ma della difficoltà relazionale ed educativa. Il tema della scuola è senz’altro un tema che porta molti scontri in molte famiglie. Io non ho la pronta risposta che possa risolvere i suoi dubbi, ovviamente occorrerebbe analizzare meglio molti aspetti, cosa possibile solo attraverso una consulenza. L’unica cosa che posso dire è che purtroppo non si può far venire la motivazione allo studio con le costrizioni, si tratta di un percorso di maturazione personale. Sta al genitore accompagnare. Se ha piacere comunque sono a disposizione per un confronto più specifico (serenacosta.it@gmail.com)

  • Elfo
    Pubblicato 25 Maggio 2021 21:04 0Likes

    Articolo interessante ma credo che manchi l’aspetto di differente posizione che i componenti di una relazione si trovano quello della subalternità ad esempio il ragazzo che palpeggia una ragazza senza permesso e senza una condivisione di significato è violento in quanto è subalterno alla ragazza , stessa situazione è il contrario . Quindi l aspetto del danno è interessante

Lascia un commento

Il commento sarà verificato prima di essere pubblicato sul sito. Importante, inserire solo il nome ed evitare dati sensibili.