sabato, 21 luglio 2018
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Violenza e conflitto: una differenza importante

Violenza e conflitto: una differenza importante

Chiunque segua i telegiornali o legga i giornali è esposto quotidianamente a notizie che raccontano episodi di violenza: da uomini in preda ad una gelosia morbosa che picchiano, abusano, o finiscono addirittura per uccidere le proprie “amate”, a genitori che maltrattano o uccidono i propri bambini, a ragazzi o ragazze che molestano i propri compagni fisicamente o psicologicamente. Se questi episodi sono chiaramente definiti come violenti, ce ne sono altri che contengono una maggiore ambiguità. Ad esempio, il ragazzo che una sera palpeggia una ragazza sul sedere è un atto di violenza? Un papà che dà dello “stupido” a suo figlio è una violenza? E due cognugi in preda ad una lite accesa stanno facendo violenza l’un l’altro? E i fumatori in un bar che costringono i non fumatori a respirare aria che è stato dimostrato scientificamente essere dannosa per la salute?

Esempi ce ne potrebbero essere molti altri. L’ambiguità espressa in molte situazioni deriva, secondo Daniele Novara, pedagogista e formatore, nonché fondatore del Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti, da una certa confusione in merito a cosa si intende per “violenza” e per “conflitto”. Molti ritengono scorrettamente che un conflitto acceso sia una violenza, oppure, che la violenza scaturisca sempre da una situazione conflittuale e che il conflitto porti inevitabilmente ad una violenza. Un conflitto coniugale, soprattutto se “acceso” viene spesso vissuto come una violenza, così come un litigio tra bambini viene scoraggiato perché “occorre andare d’accordo”. Ma è proprio così?

Vediamo, allora, quando siamo nell’ambito della violenza e quando nell’ambito del conflitto.

Violenza e conflitto: definizione

Per poter parlare di violenza per Daniele Novara si devono verificare questi tre elementi:

  • un danno irreversibile, sia fisico che psicologico, frutto di un atto intenzionale
  • l’identificazione del problema con la persona e, quindi, eliminazione della persona-problema
  • la risoluzione unilaterale del problema

La violenza, in poche parole, è un atto che è volto ad eliminare la relazione così come succede in guerra in cui si elimina l’avversario. La persona violenta agisce in questo modo per ridurre l’ansia generata dal confronto con un’idea o posizione diversa dalla propria. Praticamente il contrario del conflitto.

Si è nell’ambito del conflitto quando è presente:

  • contrasto, contrarietà, divergenza, opposizione, resistenza critica (senza danno irreversibile)
  • intenzione di affrontare il problema (conflitto) mantenendo il rapporto
  • sviluppo della relazione anche se faticosa e problematica

Anche in altre lingue la parola “conflitto” fa riferimento ad un contesto relazionale in cui vi è un contrasto, un netto disaccordo su una questione importante tra 2 o più persone. In termini tecnici si parla di “conflitto interpersonale”. Il conflitto, quindi, a differenza della violenza, permette lo sviluppo di una relazione che non deve essere necessariamente “buona”, cioè caratterizzata dall’accordo così come siamo stati portati a pensare (“Non litigate, bisogna andare d’accordo!”), ma deve essere semplicemente ben gestita. E’ importante che le persone imparino a “so-stare” nei conflitti, accettando quegli elementi critici che possono far soffrire (“con quel gesto mi sento ferito”) per porli all’interno di uno scambio che faccia crescere e incontrare entrambi. E’ solo così che si può evitare il ricorso alla violenza. L’assenza di conflitto, infatti, può rendere il terreno favorevole ad una violenza perché viene eliminato l’elemento dialettico.

Alla luce di questi aspetti possiamo, quindi, ridurre l’ambiguità delle situazioni nominate all’inizio. I casi di violenza fisica e psicologica, abuso e maltrattamento ripetuti nel tempo rientrano nell’ambito della violenza perché questi atti procurano un danno irreversibile, sono intenzionali e rivolti all’eliminazione o annullamento della persona portatrice dell’elemento di diversità. Il ragazzo che una sera palpeggia una ragazza sul sedere, in base alla definizione di Novara, non può ritenersi un atto violento ma semplicemente un atto offensivo che può far soffrire la ragazza ma che non elimina la relazione perché non crea danni irreversibili. Nel caso dei coniugi non vi è violenza finché lo scontro o la discussione non crea danni irreversibili e c’è la volontà di entrambi di tenere viva la relazione. Nel caso dei fumatori non vi è violenza perché manca l’intenzionalità.

E voi che ne pensate?

Dott.ssa Serena Costa, psicologa dell’infanzia (serenacosta.it@gmail.com)

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Bibliografia

Daniele Novara, “La Grammatica dei Conflitti”, Edizioni Sonda 2011

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About serena

Psicologa dell'infanzia, esperta nelle problematiche del sonno e dell'apprendimento.

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